Locandina ADHUC, una persistenza ostinata — Spazio Genesi, 13 maggio 2026

Mostra — 13 Maggio 2026

ADHUC, una persistenza ostinata

Gemma Maria La Cecilia

PersonaleArte ContemporaneaInstallazioneArti visive
A cura di:
Sara Dias
Coordinamento:
Massimo Camplone
Grafiche:
Daniela Tracanna

Reportage fotografico

Foto di Natallia Znachonak

Foglio di sala

Il progetto intende analizzare il tema della violenza – in particolare quella di genere – indagandone la persistenza nei luoghi dell'abitare e nelle stratificazioni, spesso invisibili, della memoria. L'intento dell'installazione non è quello di rassicurare né di offrire soluzioni o insegnamenti di natura morale o civica. Al contrario, ADHUC si propone di destabilizzare, di generare attrito, di innescare una reazione critica nello spettatore. L'esperienza proposta è volutamente scomoda e perturbante, proprio perché mira a sottrarre il tema affrontato ad ogni forma di semplificazione o di consumo superficiale.

L'atto creativo risulta uno strumento fondamentale per dar vita ad uno spazio liminale, ad una soglia necessaria tramite cui transitare affinché le lacerazioni dell'esperienza possano emergere, essere riconosciute e rielaborate. L'opera diviene così fenditura e varco, un luogo di passaggio obbligato in cui la ferita si manifesta nella sua ambivalenza, ossia come segno di un trauma ma anche come potenziale occasione rigenerativa. Essa non viene rappresentata unicamente come la traccia visibile di una violenza subita, ma piuttosto come elemento attivo, capace di innescare processi di trasformazione e risignificazione.

L'installazione si concentra sui luoghi primari in cui la violenza si insinua e si consuma, ossia gli spazi domestici, i luoghi del privato. Tradizionalmente associato alla protezione e all'intimità, l'ambiente domestico viene qui restituito come teatro silenzioso di una violenza che ne altera il senso. Lo spazio diviene un corpo ferito e segnato da tracce che alludono a dinamiche volutamente non mostrate.

La scena della violenza non viene mai rappresentata in modo diretto. È proprio nell'omissione che risiede la forza del lavoro. In una quotidianità già satura di immagini d'ogni genere, la sottrazione diviene un atto politico necessario; si tratta di negare la visione per restituire densità all'esperienza percettiva. L'installazione ambientale, talvolta vicina alla dimensione teatrale e volutamente asfissiante, contribuisce a generare nel visitatore uno stato di smarrimento e disagio. Tale condizione è ulteriormente amplificata dall'uso di suoni disturbanti e da una calibrata mediazione tra luce e oscurità.

In latino, ADHUC significa «ancora», ma la sua accezione è estremamente più complessa. Il termine non indica soltanto una continuità temporale, bensì una persistenza ostinata che si protrae nel presente. Si tratta di ciò che non è ancora cessato e che continua a ripetersi ciclicamente. In questa prospettiva, l'opera diviene emblema della reiterazione di una violenza che non si esaurisce nell'evento singolo, ma che si rinnova quotidianamente in forme mutevoli e silenziose.

Pur traendo origine da una riflessione sulla violenza di genere, il progetto estende il proprio raggio d'azione a ogni forma di sopraffazione in cui un soggetto esercita potere sull'altro. Un invito ad interrogarsi sulle tracce che la violenza iscrive nei luoghi, nei corpi e nelle relazioni.

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